Mi è capitato ieri di leggere il bellissimo articolo di sportpeople.net, in cui veniva raccontata la bellissima giornata di sport e di tifo di Casarano-Angri.
Ma al di là dell’impeccabile e affascinante racconto dell’ultima partita che anch’io ho potuto vivere, vittima come sono ormai da anni da una sequela singhiozzante delle sorti delle serpi dagli spalti, in quanto fuorisede, mi sono saltate all’occhio alcune parole di Simone Meloni: “Eppure come mi è capitato spesso in questi anni anche a distanza di chilometri ti diranno di essere casaranesi, e con tutta probabilità nel discorso uscirà fuori l’attaccamento ai colori sociali e alla sacara”.
Con un occhio molto attento ho letto queste parole, e ovviamente da Casaranese da quattro anni a Roma, mi ci son inesorabilmente rivisto.
Come non poter pensare alle facce perplesse della gente quando alla domanda “di dove sei?” piuttosto che dire “di Lecce” opti per nominare specificatamente il nome di uno sperduto paese nell’entroterra salentino scandendo orgogliosamente: CASARANO.
E come non pensare d’altronde allo sbigottimento dei miei amici Romani quando mi vedono gioire, piangere, rovinarmi il fegato per una squadra di un Paese di soli 20.000 abitanti militante tra i dilettanti della D. Ovvio che mi prendono per matto, a maggior ragione se per “quella squadretta di serie d” da due anni insieme a un gruppo di amici provo a incastrare tra un esame e l’altro il progetto di Serpi Rossazzurre.
È una sensazione che credo in tanti di noi via da Casarano per ragione di studio o di lavoro viviamo. Ma d’altronde come spiegare a chi non è nato nella valle di quella collina, in quel fazzoletto di terra tra due mari l’inestinguibile legame che ci lega alla nostra terra e alla nostra città.
Perché se è vero che per caso siamo di Casarano, e per scelta o per opportunità siamo via da Casarano, è anche vero che per sempre oltre ad essere di Casarano, saremo da Casarano.
E con noi portiamo nel mondo le nostre radici, i nostri valori, quella laboriosità che ci caratterizza. La scaltrezza delle sacare (“prudentes sicut serpentes”). Quelle sacare che come Meloni ricordava, secondo la leggenda, bevono il latte materno per ottenere l’immortalità. Così anche noi che ci nutriamo delle nostre radici come le sacare se usciamo dalla tana per andare a caccia, nella tana ci torniamo sempre. Alla fine torniamo sempre: vediamo scorrere l’Italia ai piedi del nostro freccia argento in ritardo, e vediamo comparire man mano quei muretti a secco, quella terra rossa bagnata dal sudore dei nostri antenati.
E quando siamo lontani sì, saremo dei folli, ma, per il nostro paesino di 20.000 abitanti, perpetriamo quell’ultimo rito collettivo chiamato CALCIO.
E nel vivere la partita, nel sentirne l’ansia anche a distanza, a distanza sentiamo e viviamo l’odore di sugo per le strade, la tavola riunita, il pranzo consumato di fretta per andare in curva e il nonno, allettato, che al ritorno ti chiede “c’ha fattu u Casaranu”.
Perché abbiamo un amore folle. Un amore ereditato e che non si affievolisce con la distanza. E quindi sbigottitevi amici romani…
Ma son di Casarano
Sono da Casarano
Gabriele Danese

